Castello Murat

Castello Murat

Storia

L’edificazione del Castello Murat avvenne in due periodi storici diversi.
La prima parte di esso era costituita dalla sola torre più grande detta Torre Mastia o di avvistamento. La sua costruzione rientrava nel sistema difensivo attuato dagli angioini per la difesa dei centri abitati costieri dalle incursioni saracene e risale alla fine del 1300.
Proseguito cento anni dopo da Ferdinando I D’Aragona, esso rientrava in quel processo di fortificazione delle coste dell’Italia meridionale il cui scopo era quello di contenere le scorrerie saracene che infestavano i mari del Sud.

L’Aragona, infatti, rimasto solo contro i turchi, cercò di rendere sicuro il suo Regno, fortificando i luoghi costieri più esposti alle scorrerie saracene, e con l’ordinanza del 12 novembre 1480, decretò, per la Calabria, la fortificazione di Reggio e la costruzione di castelli a Crotone, Cariati, Corigliano, Belvedere, Pizzo ed altri luoghi.
Per Pizzo fu disposto di aggiungere alla torre angioina già esistente, un massiccio corpo rettangolare, munito di una torre a tronco conico, alquanto più piccola della precedente, e di costruire poco più in basso, a strapiombo sulla Marina, una torretta di guardia. I lavori si protrassero dal 1481 al 1485.
Ultimata la sua costruzione, il nuovo Castello, fornito di archibugi e di artiglieria, ebbe un presidio di soldati, sotto il comando di un Ufficiale.
Esso non fu mai una residenza signorile, ma sempre fortezza militare e prigione.

Feudatario era il Conte di Mileto Carlo Sanseverino a cui fu poi tolto per aver partecipato alla congiura dei baroni contro il re.
Nel 1505 venne ceduto da Ferdinando il Cattolico ai De Mendoza e per Successione ai De Silva, duca dell’Infantado fino al 1806 anno dell’abolizione della feudalità.
Passato al demanio, venne ceduto nel 1884 al Comune di Pizzo. Con Decreto del 3 giugno 1892 fu dichiarato “Monumento Nazionale”.

Descrizione

Nel suo complesso, il Castello conserva il suo aspetto originario.
Esso si sviluppa su una pianta quadrangolare inscritta in un trapezio di metri 50*74*38*74.

Un tempo si accedeva attraverso un ponte levatoio, oggi sostituito da un piano di calpestio in muratura. Sul portale principale della porta d’ingresso c’è una lapide che ricorda Gioachino Murat, cognato di Napoleone e prigioniero più famoso che, all’interno di esso, venne fucilato.
In parte danneggiato dal terremoto del 1783 che distrusse le camere superiori che furono poi riedificate nel 1790 a cura e spese dell’Amministrazione Ducale.
Oggi, alcune delle sue strutture sono andate perdute; mentre, per il resto, la costruzione conserva il suo aspetto originario.
Il castello è composto da un piano a livello stradale e da un piano superiore. Sotto il piano a livello stradale, vi sono i sotterranei ai quali è vietato l’accesso, ma si narra che conducano fuori città, nei pressi di Vibo Valentia (circa a 11 Km) e verso il lago Angitola (circa a 7 Km).
La parte della fortezza oggi visitabile riguarda i semisotterranei e il piano superiore.

All’interno del maniero una ricostruzione storica con dei manichini in costume riproduce gli ultimi giorni di vita di Gioacchino Murat: nei semi sotterranei un corridoio lungo e stretto conduce alle celle nelle quali furono rinchiusi Murat ed alcuni soldati della sua spedizione; al primo piano la sala in cui si svolse il sommario processo contro l’ex Re di Napoli, la cella in cui egli trascorse gli ultimi momenti della sua vita, nella quale si confessò con il Canonico Masdea e, infine, scrisse la lettera di addio alla moglie Carolina e ai suoi 4 figli. Sul ballatoio, il luogo in cui venne fucilato il 13 ottobre del 1815.
Dalle terrazze del Castello una vista sul Golfo di Sant’Eufemia e sullo Stromboli fumante, da qui inoltre, si può ammirare la piazza di Pizzo luogo di riunione storico per gli abitanti della cittadina

Lo sbarco di Murat

La domenica dell’8 ottobre del 1815 veleggiava a largo di Pizzo una flotta composta da tre bastimenti, da uno di questi era stata calata in mare una scialuppa con a bordo trentuno persone. Tre uomini stavano in piedi sulla prua della piccola imbarcazione, il primo di questi era Gioacchino Murat. Re Gioacchino, il fiero cognato di Napoleone, indossava un’elegante giacca blu, bordato d’oro al colletto, sul petto e alle tasche; aveva un pantalone rosso, stivali speronati, una cintura alla quale erano infilate un paio di pistole, un cappello guarnito di piume; infine sul braccio sinistro portava arrotolata la sua antica bandiera reale, attorno alla quale contava di radunare i suoi nuovi partigiani per riconquistare il trono del Regno di Napoli da poco sottrattogli dai Borboni.

Sbarcato a Pizzo, Murat si mise alla testa del piccolo esercito di uomini e marciò verso la città collegata alla spiaggia da un’impervia scalinata. Suonavano le dieci quando arrivò nella piazza principale del paese. Tutti gli abitanti guardarono attoniti quella strana gente appena arrivata e lo sbalordimento fu maggiore quando videro sbucare quella piccola truppa condotta da un uomo così riccamente vestito. Giunse fino in mezzo alla folla senza che alcuno lo riconoscesse, malgrado fosse già stato a Pizzo cinque anni prima, quando era ancora Re. Rivolgendosi ai presenti disse con voce energica «riconoscete il vostro Re?». Ma i suoi appelli caddero nel vuoto davanti a quei calabresi reticenti e visibilmente sospettosie quasi tutti finirono per svignarsela. Il generale Franceschetti, vedendo che nessun segno amicale accoglieva il Re, gli consigliò di ritornare a bordo. «È troppo tardi», disse Murat, «i dadi sono gettati, che il mio destino si compia a Monteleone».